“Non vi possono essere due soli in cielo, così come non possono coesistere due imperatori in terra”; un detto del filosofo cinese confucio che ben si attaglia a quanto accaduto durante gli anni della guerra fredda, quando le due uniche superpotenze si sono duramente confrontate in ogni parte del globo alloscopodi prevalere l'una sull'altra.
Come la storia ci insegna, da sempre la brama di potere e di arricchimento spinge le nazioni più potenti a corrompere e sfruttare popoli e civiltà millenarie compromettendone lo sviluppo con l'ipocrita scusante di volerli introdurre ai valori della democrazia e del progresso; nobili ideali che celano la volontà di asservirli con la forza ai propri meno nobili interessi.
I prodromi della guerra fredda
Le macerie causate dal secondo conflitto mondiale erano ancora fumanti e le popolazioni allo stremo, ma non per questo l’anelito a dominare il mondo poteva dirsi sopito. La vittoria conseguita, al di là dal dare una soluzione ai gravi problem che dilaniavano il pianeta, aveva acuito le diseguaglianze e il grave dissesto economico in cui versavano l’Europa e l’Asia rischiava di sconvolgere gli antichi equilibri. Tutto ciò mentre l’Unione Sovietica, unica tra le potenze vincitrici, continuava a mantenere intatto il proprio potenziale bellico e gli alleati occidentali erano alle prese con i problemi connessi con la smobilitazione.
Come se non bastasse, le promesse fatte nel corso del conflitto circa l’autodeterminazione dei popoli, vieppiù agevolate da una interessata vis anticolonialista degli Stati Uniti, aveva prestato il fianco a una ben più accorta politica sovietica di appoggio ai movimenti di liberazione. In quel frangente, infatti, gli USA, pur di assicurarsi i punti strategici necessari all’esercizio della supremazia globale, non considerarono le ripercussioni del dissolvimento degli imperi coloniali; un errore che comportò la creazione di una pletora di entità statuali deboli ed influenzabili che furono la causa dell’insorgere di una moltitudine di conflitti locali.
In quegli stessi anni la politica fortemente aggressiva dell’URSS verso le nazioni dell’Europa Orientale e il pericolo che l’Italia e la Francia potessero cadere nell’orbita comunista, spinse gli Stati Uniti a fondare la NATO e avviare un piano di aiuti noto come “Piano Marshall”; due provvedimenti che nel clima di diffidenza instauratosi nei rapporti est-ovest contribuirono ad appesantire ulteriormente le relazioni internazionali.
Fu in tale contesto che negli Stati Uniti si affermò l’idea che l’abbinamento arma atomica – Aviazione strategica fosse la strada da intraprendere per assicurare la continuazione di una politica di egemonia a livello globale. L’acceso dibattito che seguì circa il dirottamento degli stanziamenti dalla super portaerei United States alla neo costituenda Aviazione strategica, costituì un preoccupante segnale per il futuro della U.S. Navy.
Motivata dalla necessità di sferrare per primi un attacco nucleare senza esporsi a un'analoga rappresaglia, tale strategia finì col privilegiare l’U.S. Air Force, cui furono devoluti i colossali stanziamenti per la ricerca e lo sviluppo degli armamenti nel campo degli armamenti atomici; una decisione che dette il via a una sequela colpi di scena che durò fino a quando all’U.S. Navy fu restituito il ruolo primario che le competeva. In ciò favorita dalla impreparazione evidenziata nel reagire al'invasione della Corea, all'imponente programma di nuove costruzioni navali avviato negli anni ’50 dalla Marina Sovietica e al preoccupante aumento dei conflitti locali.
La sfida si stava spostando sui mari e toccava all’U.S. Navy parare l’insidia.
La risposta sovietica
La volontà di prevalere sull’avversario indusse l’Unione Sovietica a elaborare una strategia tesa a inibire all’U.S. Navy l’uso incontrastato degli oceani. Allora come oggi, lo strumento più efficace per esercitare tale supremazia erano le portaerei; un presupposto imprescindibile di cui l’URSS era priva e che, stante i costi proibitivi così come la mancanza delle conoscenze necessarie, era difficile da realizzare. Esse, infatti, erano divenute un sistema d’arma integrato e molto complesso, in grado di assicurare il dominio del mare e del cielo nelle zone del globo dove più alta fosse la tensione e sovvertire i rapporti di forza prima che le tensioni sfociassero in conflitto aperto. Se, poi, si considera che l’età media della maggior parte delle navi era di meno di 5 anni, non c'è da avere dubbi circa l' assoluta superiorità in ambito mondiale. Eppure fin dall'inizio degli anni '50 la pubblicistica occidentale si chiese, talora con preoccupazione, talaltra con la giusta obiettività, quale fosse il pericolo rappresentato dalla Voenno Morskoy Flot. Era questa la situazione nell’immediato dopoguerra, quando già si profilava il confronto che per i decenni a seguire avrebbe segnato i rapporti tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica; le due maggiori potenze vincitrici.
Così come sostenuto dal professore Milan Vego, professore all’U.S. Naval College di Newport, “La dottrina militare sovietica il ruolo della marina era relegato a una mera funzione di supporto alle necessità operative delle truppe terrestri. Dato, infatti, per scontato che in caso di conflitto il campo di battaglia sarebbe stata l’Europa Occidentale, il vero quesito per gli alti comandi sovietici era come ostacolare l’inevitabile flusso dei rifornimenti americani diretti verso l’altra sponda dell’Atlantico; un obiettivo che per potere essere svolto convenientemente presupponeva l’esistenza di una flotta adeguata che e l’Unione Sovietica non possedeva una marina in grado di effettuare tale tipo di interdizione. A completare il quadro in senso negativo c’era la mancanza di una rete di basi amiche su cui contare per la riparazione e il rifornimento delle navi militari, nonché di una mentalità marinara per formare gli equipaggi.
Il vero problema, quindi, non stava nell’avviare un intenso programma costruttivo, ma nell'individuare una strategia possibile e perseguirla con costanza. Fu questo il motivo per cui l’ammiraglio Kusnetsov avviò un sostanzioso programma navale volto alla costruzione di una cospicua flotta di sottomarini; l’unica unità navale in grado di contrastare lo strapotere dell' U. S. Navy. (5) Fu così che fra gli anni cinquanta e sessanta, venne costruito un gran numero di sottomarini e tra questi le prime unità a propulsione nucleare. (6). Per la verità si trattò di un gran numero di battelli quasi del tutto privi di un valore bellico effettivo. Nella migliore delle ipotesi erano paragonabili ai battelli della seconda guerra mondiale e, come se non bastasse, la “eccessiva rumorosità dei primi sommergibili nucleari li rendeva inadeguati a confrontarsi con le forze antisom avversarie (10). Contrariamente all’allarme alimentato dalla pubblicistica occidentale del settore, esse non rappresentavano un pericolo concreto, eppure fummo sommersi da fiumi di articoli e saggi sul pericolo alla libertà dei traffici rappresentato da una flotta sottomarina in grado di contendere agli Stati Uniti il dominio dei mari, ma negli ambienti navali americani, non avevano dubbi circa la superiorità della marina statunitense e che la inaccia sovietica era tale solo se considerata in un’ottica futura ancora lontana.
In conclusione si può ragionevolmente asserire che fino a tutti gli anni ’60 la flotta russa fu ben lungi dal rappresentare un pericolo, e il sospetto che l'allarme fosse motivato dalla necessità di reperire finanziamenti non è peregrino. In ogni caso, lle cassandre della pubblicistica militare ebbero terreno fertile nel convincere i propri lettori che i sovietici erano capaci di inibire il traffico marittimo(1).
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Nasce a Bari nel settembre del 1950. Laureato in economia internazionale, nel tempo è stato Ufficiale della nostra Marina Militare, funzionario bancario e omologatore di autoveicoli. Nel 1975 ha sposato Lilli ed è padre di Daniele e Marco; i suoi due ragazzi.Accanito lettore, privilegia lo studio di argomenti, storici ed economici. Col trascorrere degli anni, l’amore per il mare e per la vela lo spinge a partecipare con la sua barca alle regate sia costiere che internazionali. Nel contempo si dedica a tempo pieno alla scrittura.
Tra i suoi lavori: “8 settembre “L’ultima missione” Nuova Palomar Editrice 2018;
L’inganno dell’aquila pescatrice” La Carmelina Ferrara Editore 2014;
“Sicuri sulla strada” Editore Progedit Bari 2015;
“La guerra fredda” Vol. I e Vol.II Nuova Palomar Editrice Bari 2019 -2020;
“L’ascesa del guerriero” CF di Federico Calafati Editore Gallipoli 2026
Collabora con la "Rivista Marittima"; pubblicata dalla Marina Militare Italiana e e alla "Nuova Antologia Militare" edita dalla Società Italiana di Storia Militare; Inoltre insegna nei master di Storia delle Relazioni Internazionali dell’Università di Bari.
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